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Il lavoro di Olafur Eliasson, artista danese stabilitosi in Germania, si avvale di diversi supporti e tecniche per esprimere dinamiche di percezione e movimento. Spaziando tra fotografia, pittura, scultura, installazioni e public art, le sue opere sono state esposte e commissionate dalle maggiori istituzioni artistiche mondiali: Tate, MoMA, Biennale di Venezia e molte altre.

Nella sua produzione artistica, la luce ha spesso un ruolo centrale nella creazione e consegna dell’opera al pubblico. L’artista ne testa continuamente le proprietà, fisiche ed esperienziali. Il rapporto con la luce, e con il visibile, diventa un modo per relazionarsi con la materia, il corpo, la natura e la realtà. Il presente articolo cercherà di esplorare brevemente questo rapporto facendo riferimento a due specifiche installazioni: The Weather Project e Room for one colour.

Olafur

Eliasson nasce in Danimarca nel 1967 da genitori islandesi. Dopo essersi formato alla Royal Danish Academy of Fine Arts, apre nel 1995 lo Studio Olafur Eliasson a Berlino in cui collabora con circa novanta professionisti tra architetti, tecnici e storici dell’arte. Il gruppo lavora ai vari progetti dell’artista, come installazioni, esposizioni, e pubblicazioni, ma dà vita anche uno spazio in cui la creatività e le idee si alimentano vicendevolmente attraverso workshops, conferenze e collaborazioni che portano l’arte ad interagire con tecnologia e scienza. In aggiunta, lo Studio ha costituito la sede per un programma sperimentale per definire nuovi modelli di insegnamento nel campo delle arti. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Università delle Arti di Berlino in cui Eliasson ha insegnato fino al 2014.

Fiat lux

Le opere di Eliasson sembrano interessate ad esplorare fenomeni, più che a produrre oggetti. La dimensione quasi romantica delle sue creazioni attinge ad ampie mani dal mondo della natura proponendo un’idea di sublime che spiazza, destabilizza, ipnotizza e si lascia contemplare allo stesso tempo.

Se in Beauty (1993) e in Notion Motion (2005) sembra essere unicamente interessato a scomporre la luce nelle sue componenti principali, presentando nel primo caso un arcobaleno e nel secondo le onde prodotte su una superficie liquida dal peso dei visitatori, crea, anche e inevitabilmente, nuovi livelli di complessità.

Beauty, 1993
Long Museum, Shanghai, 2016
Photo: Anders Sune Berg
Notion motion, 2005
San Francisco Museum of Modern Art, 2007
Photo: Ian Reeves / Courtesy of San Francisco Museum of Modern Art

Da un lato è vero che sono regole precise e ferrei principi fisici a produrre le due installazioni, eppure, la loro natura effimera impatta sulla prospettiva dell’osservatore tra soggettività e inspiegato. L’interesse di Eliasson non sembra essere rivolto ad un arrogante controllo dell’elemento naturale, ma piuttosto al desiderio di allacciarlo alla sensibilità umana, suscitando stupore e spostando l’accento dal fenomeno come oggetto della vista a soggetto di una nuova emozionante esperienza sensoriale.

Inoltre, la luce è spesso utilizzata come presenza quasi materiale, che edifica prospettive sempre nuove. Ad esempio, il padiglione realizzato con Kjetil Thorsen per Serpentine Galleries a Londra nel 2007 si rivela e si modifica in base a come ci si muove per osservarlo.

Serpentine Gallery Pavilion, 2007
Serpentine Gallery, Kensington Gardens, London, 2007

The Weather Project

L’installazione, creata nel 2003, impiega un grande schermo semicircolare per riprodurre un sole all’interno della Turbine Hall nella Tate Modern, a Londra. Gli specchi, applicati agli alti soffitti della sala, moltiplicano il volume e l’effetto della luce che filtra attraverso la nebbia artificiale.

The weather project, 2003
Tate Modern, London, 2003
Photo: Andrew Dunkley & Marcus Leith

In questa installazione, la luce diventa pretesto per testare la materialità dello spazio: il suo utilizzo sembra rendere il luogo tangibile, riconfigurando la relazione tra corpo e spazialità. I visitatori, sedendo sul pavimento della lunga sala o stendendosi per ammirare il sole e il soffitto riflettente, sono indotti a riflettere su come l’atmosfera, ‘the wheater’ per l’appunto, influenzi il loro comportamento. La natura, ancora una volta decontestualizzata, crea un contrasto tra ambiente interno ed esterno che, però, si assottiglia fino a quasi scomparire più si trascorrere tempo nell’installazione.

Ma se in Riverbed (2014), in cui il letto di un fiume è portato all’interno di una galleria e l’illuminazione ricrea la luce estiva islandese, l’opera è ancora indissolubilmente legata al ricordo naturale, in The Weather Project, il nuovo ambiente sintetico, nonostante conservi ancora un inscrollabile riferimento all’elemento naturale, diventa ancor più un luogo a sé: uno spazio condiviso con gli altri spettatori in cui si incoraggia l’interazione, fisica quanto sociale.

Riverbed, 2014
Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, Denmark, 2014
Photo: Anders Sune Berg

Room for one colour

L’installazione Room for one colour, del 1997 ma da poco riproposta alla National Gallery, si sbarazza della componente naturale e crea un immaginario completamente nuovo. Fari a monofrequenza emettono luce gialla in una stanza bianca riducendo lo spettro visivo degli spettatori ai soli colori giallo e nero. Quando il cervello deve registrare un minor numero di informazioni (nello specifico, sfumature di un unico colore), la vista appare più abile nello scorgere i dettagli. Nonostante l’esperienza cambi da persona a persona, il monocromatismo diventa il nuovo paradigma attraverso cui osservare la realtà e l’impressione che il processo di visione non sia qualcosa di oggettivo è portato all’attenzione del visitatore il quale non lo può ignorare.

Giocando con il colore e il suo significato culturale, Eliasson fa crollare alcune certezze legate alla percezione del visibile. Proprio come accade quando si pensa che gli Inuit possiedono trenta diverse parole per indicare il colore bianco, entrare nella sala di Eliasson significa guardare le cose da una prospettiva completamente diversa accorgendosi, ad esempio, che il colore non esiste di per sé.

Inoltre, in reazione all’ambiente giallo, gli osservatori percepiscono momentaneamente un alone bluastro all’uscita. Ecco che la vista del suo colore complementare contribuisce a moltiplicare nuovamente le prospettive di lettura dell’opera trasformandosi, quasi, in una sensazione di mancanza del luogo che si è abbandonato.

Room for one colour, 1997
Moderna Museet, Stockholm, 2015
Photo: Anders Sune Berg

La domanda che Eliasson pone continuamente al suo pubblico nelle sue opere è: “Chi decide cos’è reale?”. La luce è utilizzata per creare illusioni che modificano lo spazio e la sua percezione per evocare immagini di paesaggi più o meno reali. Confrontando ciò che si vede con ciò che si sente, l’artista spinge a riconsiderare l’esperienza del visibile e del vedere.

Si tende a dare la luce per scontata, quasi fosse un’entità immutabile. Eliasson, manipolandola, ricorda che è lei a costruire la realtà che l’uomo abita e che tale realtà è molto più fragile e illusoria di quanto non si pensi.

di Valerio Verzin

Riferimenti:

Eliasson, O. (2006) Your Colour Memory. Edito da I. Soyugenc e R. Torchia.  Glenside: Arcadia University Art Gallery, pp. 75–83.

Johnson, G. (2015) ‘Citing the Sun: Marc Jacobs, Olafur Eliasson, and the Fashion Show’, Fashion Theory, 19(3), pp. 315-330. DOI: 10.2752/175174115X14223685749322.

Sandquist, G. (2000) ‘Olafur Eliasson’, A Journal of Art, Context and Enquiry, 2, pp. 106-110.

Studio Olafur Eliasson (2018) Biography. Disponibile a: http://olafureliasson.net (Visitato il: 09 Gennaio 2018).

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