Di Merylaura Mondello

L’opera dei pupi il cui nome deriva dal latino pupus, ovvero bambino, ha origini molto lontane. Nasce a Palermo nel XVIII secolo con i cosiddetti “pupari di paggio” (cioè originariamente non armati) che mettevano in scena racconti siciliani arrivati fino ai giorni nostri.

Questo tipo di teatro si è poi disseminato in tutta l’isola e non solo. Infatti, la tradizione investì sia la Sicilia, con famiglie di pupari come i Cuticchio a Palermo e i Napoli a Catania, ma anche a Barletta, Torre Annunziata e Sulmona, con rispettivamente gli Immesi, i Corelli e i Botta (famiglie di origini siciliane).

Si crearono due scuole: quella di Palermo e quella di Catania, la cui differenza stava principalmente nelle articolazioni dei pupi. Le marionette palermitane risultano più leggere e molto snodabili, a differenza di quelle catanesi che presentano degli arti fissi. Le origini di questa tradizione sono documentate dal romanzo cavalleresco a dispense scritto da Giusto Lo Dico, “Storia dei paladini di Francia” in cui si narrano gli episodi del Ciclo carolingio dando loro un ordine cronologico.

Le storie narrate derivano dalla letteratura epico-cavalleresca medievale rielaborata nella storia dei Paladini di Francia: si metteva e si mette tutt’ora in scena opere come la “Chanson de Roland”, l’“Orlando furioso” e la “Gerusalemme liberata”. Chi curava l’intero spettacolo era il puparo che, originariamente rappresentava i suoi spettacoli nelle piazze, tramandando le storie ai posteri oralmente. Ogni pupo rappresentava un paladino, caratterizzato dal mantello e dalla corazza. Spesso lo spettacolo si chiudeva con una farsa che riprendeva i temi trattati nelle favole siciliane. 

Tra gli anni ‘50 e l’inizio del XXI secolo, purtroppo, la tradizione dei pupi è andata a dissolversi anche a causa di un turismo più aperto all’innovazione. Solo poche famiglie continuano oggi la nobile arte dei pupi; arte che è stata riconosciuta nel 2008 dall’UNESCO iscrivendola nella lista dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità, e proclamata già nel 2001 come primo patrimonio italiano in tale lista.

Nel 1974 il film “Il Padrino – Parte II fece conoscere questa forma d’arte nel mondo, ma nel 2002 il teatro dei pupi presentò anche dei cambiamenti nei temi: il puparo Angelo Sicilia portò in scena la sua “Opera dei pupi antimafia”, rappresentando le storie di Peppino Impastato, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e altre vittime di mafia.

Oggi possiamo ammirare ricche collezioni di pupi al Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino a Palermo, al palazzo Branciforte, all’interno del quale troviamo la collezione di pupi della famiglia Cuticchio e acquistata dalla Fondazione Sicilia, e al Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè.

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